Un ritorno a casa che è una sconfitta. Un affresco senza pietà della Russia contadina.
Nikolaj Čikil'déev, cameriere dell'albergo moscovita Slavânskij Bazar, si ammala. Le gambe non lo reggono più, la sua andatura è incerta, il lavoro è perduto. Con la moglie Ol'ga e la figlia Saša, decide di tornare al villaggio natale, Žùkovo, dove la vita costa meno e le pareti di casa – si dice – aiutano a guarire.
Ma la casa che trova non è quella dei ricordi d'infanzia. È buia, angusta, sporca. Le travi sono storte, la stufa è inclinata, le mosche coprono ogni superficie. La miseria è totale, la fame è quotidiana, l'alcolismo dilaga. Il fratello Kir'âk picchia la moglie Mar'â; la nonna, arcigna e avara, controlla ogni boccone; le cognate, Mar'â e Fëkla, vivono nella paura e nella rassegnazione. I bambini sono sporchi, affamati, abituati alle imprecazioni come al respiro.
E Nikolaj, che a Mosca aveva conosciuto un'altra vita, capisce subito di essere tornato lì inutilmente. Il suo corpo si spegne lentamente, e con esso ogni speranza.
Mužikì (1897) è uno dei racconti più crudi e potenti di Čechov. Pubblicato sulla rivista Russkaja mysl', fu accolto con scandalo e ammirazione: per la prima volta, la vita dei contadini russi veniva raccontata senza abbellimenti, senza populismo, senza pietismo. Čechov non giudica i suoi personaggi: li osserva con lo sguardo clinico del medico, ne descrive le miserie materiali e spirituali, la fede superstiziosa, la violenza domestica, la rassegnazione che annienta ogni slancio.
Eppure, in questo quadro desolato, affiorano lampi di umanità: la fede semplice di Ol'ga, che legge il Vangelo fino alle lacrime; il coraggio di Mar'â, che sussurra: "No, è meglio la libertà!"; la processione dell'icona della Madre di Dio che per un momento fa dimenticare la miseria e fa sperare in una protezione celeste.
Un capolavoro del realismo russo, un'opera che denuncia con forza la durezza della vita contadina e che ancora oggi, a distanza di oltre un secolo, colpisce per la sua attualità e la sua verità.
Questa edizione, curata e tradotta dal russo da Bruno Osimo, offre una versione integrale e annotata del racconto, restituendo al lettore italiano tutta la potenza di uno dei testi più scomodi e necessari di Čechov.
Questo racconto di Čechov del 1897 è ambientato tra i mužikì, parola russa che viene dalla stessa radice di muž, uomo, ma significa uomo contadino, contrapposto a bàrin, uomo ricco, signore, persona che non deve "sporcarsi" le mani col lavoro fisico. Il villaggio di contadini è misero, e il raffronto che viene fatto è con il successo professionale di chi, andando in città, ha potuto esercitare la professione di cameriere, molto più redditizia. Il fatto che il cameriere serva i signori di città, portando pietanze che nella sua vita non potrà mai nemmeno asaggiare, non è percepito in termini di opposizione di classe, ma con piacere. Il cameriere sente l'onore di vivere in un ambiente lussuoso, anche se non dedicato a lui. Il villaggio invece è piagato da povertà, alcolismo, tasse arretrate, violenza domestica.